Buco dell’ozono: come abbiamo (quasi) risolto uno dei peggiori disastri atmosferici

Buco dell’ozono: come abbiamo (quasi) risolto uno dei peggiori disastri atmosferici

Author: Andrea Aparo Von Fluee September 16, 2025 Duration: 7:05
Negli anni 70, per la prima volta, venne osservato l’assottigliamento dello strato dell’ozono, dinamica che continuò fino agli anni 90. Un pericolo serio, ma serve una digressione
Da tanto non si parla più del “buco” dell’ozono, che poi è un buco e non un foro, ma ne parliamo più avanti. Bello quando non se ne parla più perché si è riusciti a risolvere il problema. Quasi. Per i pochi che non lo sapessero, l’ozono è una molecola naturale, composta da tre atomi di ossigeno. La si trova negli strati alti dell’atmosfera e svolge l’importante compito di proteggerci dalle radiazioni solari ultraviolette il cui spettro si suddivide in tre “famiglie”: UV-A, UV-B e UV-C. I raggi UV-A vi danno splendida abbronzatura e una sana dose di vitamina D, i raggi UV-B e UV-C fanno male, rompono i legami chimici e uccidono qualsiasi tessuto vivente.
Lo strato atmosferico di ozono naturale della Terra assorbe una buona quantità degli UV-A, la maggior parte dei pericolosi UV-B e tutti gli UV-C, i più letali. Se i raggi UV-C iniziassero a penetrare, ogni molecola organica sulla superficie del pianeta verrebbe distrutta. Sarebbe la fine di ogni forma di vita sulla Terra. Umani compresi.
Il “buco” dell’ozono è la regione sopra l’Antartide dove la concentrazione è pari o inferiore a 220 unità Dobson; Mappa del 4 ottobre 2004; Dati rilevati dal satellite Aura della NASA Doveroso fare una breve digressione, o meglio precisazione. L’inglese è una magnifica lingua, internazionalmente utilizzata nella letteratura scientifica. Però capita che quando la si traduce vengano generati errori pericolosi. Questo è il caso del termine “hole”. In inglese ha due significati: quello di “buco” e quello di “foro”. Non sono la stessa cosa. Il foro è passante, il buco no. Se scavo una galleria in una montagna per passare dall’altro lato, la sto perforando, faccio un foro. Se prendo un muro dello spessore di un metro e tolgo 50 centimetri di mattoni non posso passarci attraverso.
Quello dell’ozono è un buco, non un foro. Non ci passa nulla attraverso. Tutte le immagini che mostrano lo spessore dello strato dell’ozono sono generate utilizzando un codice colore che può portare a gravi incomprensioni. Quanto minore è la riduzione dello spessore tanto più si usano colori “rilassanti: bianco, giallo chiaro, verde. Dove la riduzione di concentrazione è pericolosa c’è un minaccioso rosso. Dove è massima si usa il nero. Dando così l’idea che ci sia un foro da cui passano ultravioletti che fanno male. Opportuno ripeterlo: non passano. Non è un foro, nonostante il colore nero. Non è dato di sapere se la scelta sia stata fatta per preoccupare gli animi e sollecitare interventi, ma il dubbio rimane. Fine della digressione. Comunque siano andate le cose, il buco dell’ozono era un pericolo serio. La comunità scientifica individuò la causa del danno allo strato dell’ozono, il primo a suonare l’allarme fu il Prof. F. Sherwood (Sherry) Rowland, dell’Università della California a Irvine, attribuendola a un certo numero di composti chimici fabbricati dall’uomo e rilasciati nell’atmosfera. In particolare i CFC, i clorofluorocarburi, utilizzati nelle bombolette spray, schiume isolanti, condizionatori d’aria, frigoriferi. Un settore economico del valore di circa 30 miliardi di dollari l’anno che giustificò la forte “resistenza” dell’industria a cambiare le cose.
Prognosticarono terribili conseguenze economiche, poiché lavanderie a secco, fabbriche, produttori di condizionatori d’aria, tutti avrebbero dovuto adattarsi. I propellenti della lacca per capelli, vernici, insetticidi e altri prodotti andavano sostituiti. Le “terribili conseguenze” si rivelarono inesistenti. Le vecchie attrezzature e i vecchi metodi vennero...

In Ci vuole un FISICO speciale... si esplora il mondo attraverso una lente particolare, quella di un ricercatore che per mestiere smonta la realtà per capire come funziona. Questo non è un podcast didattico sulla fisica in senso stretto, ma un luogo di conversazione dove l'approccio sperimentale-fatto di curiosità, prove ed errori-viene applicato a territori apparentemente lontani. Si parla di scienza, certo, ma come punto di partenza per ragionare sulla tecnologia che modifica le nostre vite quotidiane, sui meccanismi del business e dell'innovazione, e su come questi ambiti si intreccino con la società e la cultura. Ogni episodio nasce da una riflessione personale, a volte seria e approfondita, altre volte più leggera e ironica, proprio come accade in laboratorio quando un esperimento prende una direzione inaspettata. Ascoltando questo podcast si entra in un flusso di pensiero che mescola aneddoti, osservazioni e analisi, cercando connessioni inattese tra il metodo scientifico e le sfide concrete del presente. L'obiettivo è condividere uno sguardo sul mondo che sia rigoroso ma non accademico, curioso e sempre un po' scettico, invitando chi ascolta a porsi domande prima di accontentarsi delle risposte facili.
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