#150- Il flamenco non chiede il permesso e nemmeno tu - Flamenco Chiavi in Mano podcast
Author: Sabina Todaro
May 6, 2026
Duration: 18:17
“Sin pedirle permiso al que dirán”, senza chiedere il permesso a ciò che gli altri diranno. È quella vocina che ci fa dire che forse qualcosa non va, che non siamo abbastanza. Succede spesso a chi si occupa di flamenco, ma è normale per tutti nella vita. Il flamenco significa non aver paura di essere ciò che si è, da ogni punto di vista.Se ti filtri attraverso il timore del giudizio altrui (che spesso è il nostro, mascherato perché più facile da accettare), alla persona che ti osserva arriverà una sensazione di “conti che non tornano”: una versione di te purificata e sterilizzata. Il flamenco fa da sempre questo in modo terapeutico, pur senza saperlo.
I circuiti cerebrali legati al senso di esclusione sociale e al rilevamento della possibilità di venire esclusi dal gruppo sono gli stessi del dolore fisico. Lo abbiamo sperimentato tutti: l’essere umano è disegnato da Madre Natura per vivere in società. Le zone sollecitate — corteccia cingolata anteriore dorsale, insula, amigdala — elaborano un dolore legato alla nostra stessa sopravvivenza.
Il flamenco, nella sua saggezza, sa quanto sia curativo riconoscersi in ciò che si è: sentire che la comunità ci accetta nell'unicità è un vero farmaco neurologico. Nasce storicamente fra persone senza un ruolo sociale da proteggere: gitani, gente di spettacolo, persone che non godevano di buona reputazione. L’urgenza era esprimere ciò che si aveva da dire, senza necessità di compiacere canoni esterni. Fin dall’inizio, ha avuto un ruolo di ribellione e denuncia.
Lo scrittore Caballero Bonald definiva la cultura del flamenco come “una protesta senza destinatario”, che esprime il dolore senza chiedere permesso, accettandolo. È un processo che ha profondamente a che fare con l’accettazione e l’integrazione di sé.
Il flamenco nasce da una creatività irrefrenabile, ma a un certo punto ha prodotto categorie precise, costituendo una afición. Per garantirne la proliferazione, negli anni 50 Antonio Mairena diede canoni molto rigidi. Mairena influenzò tutti i cantaores a venire, ma alcuni artisti storici dalle voci bellissime si stavano perdendo (grazie alla Sociedad Pizarras per il lavoro di recupero).
Nel baile, due figure definirono i canoni: Matilde Coral, che teorizzò per la donna movimenti sinuosi ed eleganti della parte superiore del corpo, e Vicente Escudero, che pubblicò un decalogo per l'uomo (sobrietà, niente fianchi), salvo poi ammettere di non aver mai visto nessuno aderirvi totalmente. Tentarono di salvaguardare una forma d’arte che per natura evolve e si contamina. Questa ricerca di purezza generò però la tendenza a irrigidire: come si fa a “pulire” il flamenco con canoni del balletto classico, che si basa su altro? Il flamenco deve nascere dalle emozioni, non anelare alla perfezione.
Queste regole fecero guardare con sospetto innovatori come Paco de Lucía o Camarón, inizialmente considerati traditori. La condanna colpì anche chi rese il flamenco accessibile, come i Ketama, i Pata Negra o oggi Rosalía. In realtà, grazie a loro, il flamenco si è espanso nel mondo.
Il flamenco produce appartenenza alla comunità nelle juergas attraverso il jaleo, i segnali di apprezzamento per ciò che è “vero”. Quando non posso essere me stesso ho una zavorra che impedisce di volare: solo quando lo sono mi sento sereno e felice.
Sono Sabina Todaro, mi occupo dal 1985 di flamenco e musiche del mondo arabo. Dal 1990 insegno a Milano baile flamenco e Lyrical Arab Dance. Mi occupo anche di psicologia, neurologia e neuroscienze, e mi incuriosisce collegare il flamenco a tutto questo. Il concetto del “que dirán” mi accompagna sempre: nata lontano dal suo territorio d’origine, chi mi dà il diritto di insegnarlo? Me ne occupo da 41 anni, non ricordo la mia vita precedente: forse ho guadagnato il diritto di dire che è una seconda natura. Dal 2010 è patrimonio dell’umanità Unesco, che ne salvaguarda lo sviluppo. Nessuno dice...